Andrea Florio a Televomero

Ieri sono stato invitato negli studi di Televomero per dibattere di ristrutturazioni personalizzate delle abitazioni assieme a Salvatore Tomei (esperto in problemi di umidità nei fabricati e qualità dell’aria).
La trasmissione andrà in onda su Televomero, domenica 1 novembre alle ore ore 10:00!

Buona visione!

Altre foto (2)

CROMOTERAPIA A TEATRO – Omaggio al mio maestro Ezio De Felice

Confesso, all’Università sono stato un tiepido studente. Ero molto più interessato a costruirmi come uomo, e attratto dalla musica, dal cinema, dalla letteratura, dal teatro, dall’arte e dal sapere in generale.
Ero in cerca di Maestri, quindi deluso dagli insegnanti. Parlavano un linguaggio per me incomprensibile (e sì che avevo fatto il Classico e divorato fin da piccolo migliaia di pagine), parlavano l’architettese e quasi sempre erano odiosi.
Ho incontrato un solo personaggio di spessore umano, al penultimo anno, ed era anche un grande dell’architettura. La mia inesperienza di allora mi impediva di capire quanto le due cose fossero interconnesse.
Ho frequentato, specie dopo la laurea, il suo Studio ambientato nel meraviglioso Palazzo Donn’Anna a Posillipo. Mi sono reso conto negli anni (decenni) successivi della fortuna che mi era capitata. Lo Studio era l’ex teatro del palazzo progettato dal Fanzago, un immenso salone con volta a botte, con nicchie nei muri e palchetti superiori. Tre grandi vetrate ad arco davano sulla terrazza e quindi sul mare, sotto in una specie di antro c’erano le barche. D’inverno le onde si frangevano sui vetri.
Lo Studio era per metà laboratorio/deposito con le cose più strane, con cui si faceva di tutto: mobili, lampade, gioielli, sculture e, ovviamente, disegni, tutti rigorosamente a matita (abitudine che ho conservato). Finanche le mine si temperavano su ingegnose scatoline artigianali che raccoglievano la grafite. Quando bussavano, nell’aprire, capivo chi fosse entrato lì per la prima volta dallo stupore stampato sul viso.
L’altra metà dello spazio era occupato da grandi sculture che ondeggiavano col vento, da divani, mobili, librerie e da una fila di tavoli da disegno.
Lui ci poneva il problema, ci lasciava scervellare per giorni sulle possibili soluzioni, le discutevamo, poi ci sorprendeva con la sua, come un prestigiatore.
Era sempre la più semplice, economica, fattibile ma geniale. Una formazione intensa, feconda.
Dopo alcuni anni sono andato via, dovevo crescere, in tutti i sensi.
Andavo a trovarlo, di tanto in tanto, era un piacere entrare anche nella sua casa, con i pilastri rossi e i radiatori colorati. Lui progettista rigorosissimo si concedeva all’uso del colore, a differenza dei “Maledetti architetti”della sua generazione (vedi libro omonimo di Tom Wolfe, ed. Bompiani). E’ lì che mi è venuta la fissa del colore nell’architettura.
Ricordo ancora l’idea divertentissima per il restauro del teatro di Victor Horta a Bruxelles: sui disegni a matita furono dati quattro colori a casaccio. Non era epoca di computer, i disegni furono fotografati e stampati facendo virare i colori. Se ne ricavarono numerose altre serie con colori diversi, che diventarono altrettante varianti progettuali.
La soluzione scelta dalla commissione fu quella con arancio/rosso/lilla/blu. Erano per i velluti delle poltrone nei vari ordini di posti. Una festa. Le uniche a lamentarsi furono alcune signore: nel grigiore precedente i loro vestiti risaltavano molto di più.
E’ scomparso da pochi anni. Ricordo commosso l’ultimo incontro casuale: me lo trovai di fronte in un negozio del centro. Di slancio lo abbracciai e lo baciai. Abituato a dominare le persone e le situazioni, restò un attimo interdetto. Dissi: “Professore, le voglio bene, lei lo sa”.
Sta per essere inaugurata una “Fondazione Ezio De Felice” a Palazzo Donn’Anna. Vari musei hanno ricevuto in donazione le collezioni di gioielli, coralli, attrezzi artigiani da lui raccolte con amore e lungimiranza.

FOTO E CAMERE – Note a margine de “La camera chiara” di R. Barthes

Questo piccolo intenso libro mi fu regalato dal mio cliente prof. Mario Arcidiacono, oggi mio carissimo benchè poco frequentato amico. Dotato di vasta e raffinata cultura, egli intravide le relazioni tra l’architettura e la fotografia, allegandomi una meravigliosa dedica che forse un giorno leggerete su questo blog, allorquando la mia vanità avrà superato l’attuale pudore.

Roland Barthes pone in essere nei confronti della Fotografia considerazioni che possono egregiamente applicarsi all’Architettura (d’ora in poi A) per cui, procedendo per analogia, diremo dell’A quanto egli applica alla Fotografia.
Consapevoli della forzatura del discorso, accettiamo il rischio per ricavarne illuminanti passaggi.

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1
All’inizio della nostra indagine siamo colti da un desiderio ontologico, cercare cioè di sapere cos’è in sè l’A, attraverso quale caratteristica essenziale si distingua dalla comunità degli edifici.
La possibile costituzione di un corpus porta a classificazioni retoriche oppure estetiche, più spesso empiriche (es. A colta o spontanea), già messe in atto da storici e critici.
Spesso le ripartizioni sembrano estranee all’oggetto studiato, senza rapporto con la sua Essenza.
Per chi opera le domande sono essenziali perchè le risposte possibili producono azioni concrete.
Gli edifici (e le città, gli oggetti ecc.) si sostanziano, si impregnano delle idee che li hanno prodotti, conservati, modificati, e queste possono essere decodificate dal fruitore o dall’osservatore, che in un istante coglie con i suoi sensi l’insieme dei segnali, provando un senso complessivo di disagio o di benessere.
Quello che non collima con le analisi estetico/retoriche, frutto di raziocinio/pregiudizio è che queste esaminano l’edificio secondo canoni propri delle altre arti, mentre dell’A è essenziale quello che dal buddismo viene definito sunya, il vuoto, e meglio ancora tathata, l’essenziale, così, quello (tat).
Questa istantaneità della fruizione/percezione personale ci spinge a chiederci se non ci sia uno iato tra l’essere e l’osservare. Cioè se in uno spazio noi siamo attori o spettatori.
Una sedia è una sedia, una casa è una casa. Solo per alcuni, e in un secondo momento, attraverso un atto di sapere o di riflessione, si esce dalla contingenza.
La sedia o la casa possono così caricarsi di ulteriori significati, esplicativi di funzioni aggiunte o suggerite, che rendono la prima funzione (il sedersi, l’abitare) complessa, quando la seduta arriva ad essere trono e l’abitazione reggia.
Gli oggetti, le case, se privati di un principio di marchiatura non accedono alla dignità di segno, affogano nella banalità.
Chi vuole sondare il segreto dell’A non puo’ accontentarsi delle altrui interpretazioni, quelle della sociologia, della semiologia, della psicanalisi, della scienza.
Meglio far da sè, tentare di trasformarsi in misura del sapere architettonico, assumendo come punto di partenza solo poche case, quelle che sono sicuro esistano per me, tentando di formulare, a partire da alcuni umori personali, le caratteristiche fondamentali, senza le quali non esisterebbe A.
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2
Quando vengo fotografato mi sento osservato, perdo la naturalezza, mi metto in posa. Succede lo stesso con la mia casa (dimmi come abiti e ti diro chi sei), mi preoccupo della mia immagine, che non coincide mai con il mio modo di essere naturale. E’ come un ritratto destinato a ostentare la mia condizione economica e sociale, l’autoscopia, che riporta alla domanda centrale nella vita di ognuno: chi sono io?
Come davanti all’obiettivo, nella mia casa io sono contemporaneamente: quello che credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che l’architetto (fotografo) crede che io sia, quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte. Immancabilmente sfiorato da una sensazione d’inautenticità, talora d’impostura.
Case se ne vedono ovunque, esse vengono a noi come-viene-viene. Tuttavia alcune provocano gioie sottili, altre ci lasciano indifferenti o ci provocano una sorta di avversione, di irritazione. Anche quelle con più pretese.
Attraverso i nostri investimenti emotivi, il loro disordine, la loro casualità, il loro enigma sentiamo che l’A è un’arte poco sicura, proprio come lo sarebbe una scienza delle cose desiderabili o detestabili. Mi piace-non mi piace, chi di noi non ha una sua tabella interiore di gusti, disgusti, indifferenze?
Se assumiamo come guida della nostra analisi l’attrattiva per certe case almeno di quella seduzione possiamo dirci sicuri. Come chiamarla? Interesse? Fascinazione? R.Barthes usa la parola avventura. La tale casa mi avviene tutt’a un tratto, essa mi anima e io la animo.
Ecco come chiamare l’attrattiva: una animazione, in sè la casa non è viva, ma mi anima: è questo è appunto ciò che fa ogni avventura.
Possiamo scorgere negli oggetti e negli edifici tutta una rete di essenze: quelle materiali implicano l’aspetto fisico, chimico, ottico; quelle settoriali appartengono alla sfera dell’estetica, della storia della sociologia.
Ma al momento di pervenire all’essenza dell’A per me mi coglie una sorta di desiderio o di tristezza. Come Spectator mi interessa l’A non come un problema, ma come una ferita: io vedo, sento, dunque noto, guardo e penso.
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3
In una foto sono colpito da contrasti e dettagli. Così è per la compresenza di oggetti discontinui, come una vecchia credenza accanto a un mobile moderno e il particolare di una cornice, di un soprammobile, della mensola del caminetto.
Ci sono altre case che confermano la nostra intuizione, come quelle con i colori tono-su-tono. Le case possono essere anche belle, ma i contrasti sono attenuati e i particolari corretti. La loro omogeneità provoca una emozione che passa attraverso il raziocinio e la cultura (una volta avremmo detto borghese). Ciò che si prova al loro interno è una sorta di affetto medio.
La parola adatta è studium, che non significa esattamente studio, bensì l’applicazione a una cosa, un qualche interesse, sollecito certo, ma senza particolare intensità.
C’è un altro elemento che viene a infrangere o a scandire lo studium. Questa volta non sono io che vado in cerca di lui (dato che investo della mia superiore coscienza il campo dello studium), ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia mi trafigge.
In latino, per designare questa ferita lasciata da un oggetto aguzzo esiste una parola: punctum, che è anche puntura, piccolo buco, macchiolina che viene a disturbare lo studium. Il punctum in un ambiente è quella fatalità che, in essa, mi punge ma anche mi ferisce, mi ghermisce.

(continua…)

Foto ad esempio

Questo blog è in fase di avvio, e sarà gradualmente modificato nei contenuti e nella sua veste grafica, data anche la scarsa pratica del mezzo informatico da parte di chi scrive.
La voglia di comunicare i risultati del proprio lavoro, e la filosofia progettuale che li sostiene, spero inneschino dialogo, critiche, discussioni. Stimoli per una maggiore continuità.
Credo non guasti vedere un pò di fotografie, con l’avvertimento che queste sono un pallido surrogato dello spazio fisico.
E’ evidente che vengano fotografate le parti più curiose, che enucleate dal contesto restituiscono una realtà distorta. Quello che si perde è l’infinita varietà dei punti di vista che, soprattutto in un interno, dipendono dal percorso dell’osservatore, dalle sue preferenze o idiosincrasie, dal suo modo di entrare in interazione con l’ambiente.
In definitiva si ribadisce la impossibilità di fotografare lo spazio vuoto, riconoscendo che l’architettura va sperimentata personalmente. E’ come fotografare un piatto di spaghetti: quello che puoi toccare, assaggiare, annusare è un pezzo di carta, ombra platonica della realtà vivente.
Intanto nella civiltà dell’immagine è quello che può almeno dare l’idea di che cosa stiamo parlando.
archiflorio@hotmail.com
andrea@andreaflorio.org

CASE VERE, CASE FALSE.

Entropia culinaria
Provare fastidio di fronte ad una persona di cui si avverte la falsità è esperienza comune, lo stesso fastidio viene a volte suscitato da case, ambienti, manufatti, edifici.  E’, al contrario, sperimentabile l’emozione e il benessere che si prova in altri, quell’influenza positiva capace di farci cambiare stato d’animo. 
A volte il fastidio si accentua nei confronti di opere progettate ed eseguite con cura, con l’impiego di materiali costosi e tecnologie raffinate, ma può accadere lo stesso in ambienti sciatti, trascurati, disordinati, modesti.
Indagare le ragioni del fastidio o del benessere, chiedersi come debba essere una casa per diventare la nostra seconda pelle, non mi sembra una domanda di poco conto. Domanda che riguarda non solo i tecnici e gli operatori del settore immobiliare, dato che tutti una casa la abitano, la scelgono, la commissionano, la modificano, la vivono.  Il termine “abitare” ha la stessa radice di “habitus”, ma anche di “abitudine” e basterebbe questo a spiegare come si è coinvolti nella ricerca di un modo personale di intendere la casa e come questa finisca molte volte per essere un campionario di luoghi comuni. Le soluzioni che tutti si affannano a trovare riflettono spesso non solo l’incapacità di trovare delle risposte ma anche quella di porsi delle domande.
C’è qualcuno che sa a cosa serve un architetto? Vi è nel campo dell’architettura una strabiliante ignoranza tra gli utenti, spesso incapaci di riconoscere le loro stesse esigenze.
L’abitazione è tutt’altro che un contenitore amorfo che svolge in modo neutrale il compito di fornire tetto, riparo e protezione a chi vi abita.  L’abitazione trasuda ideologia da tutti i pori ed è, in genere, testimonianza involontaria delle proprie vicende.
La gente lo sa e nella maggior parte dei casi delega ai tecnici il compito di rappresentare uno status di vita presunto. Molti di questi stanno al gioco e fanno leva su tali sentimenti per interesse (le parcelle si calcolano a percentuale sulla spesa complessiva), per egocentrismo (il genio trionfa), incompetenza, ignavia.
Quello che emerge è spesso una mancanza di moralità e di rispetto. Costruire (e farsi costruire) case “da architetto” significa, nella maggior parte dei casi, spendere per case che costano molto e servono poco, quando si può fare esattamente il contrario. I livelli di imbroglio e falsità cominciano ad essere evidenti. Ma, se un certo modo di costruire (e farsi costruire) una casa è falso, come si fa in pratica una casa “vera”?

Una casa vera è il risultato di un lungo processo, dove la semplicità finale non è semplificazione dei problemi. Gli errori più comuni derivano da due atteggiamenti opposti: il far da sé e il lasciar fare. Entrambi sono tesi ad evitare confronti, attriti, consapevolezza.
La casa non è e non deve essere mai frutto dell’opera del solo architetto, anzi, nel caso di una persona capace di riconoscere a fondo le proprie esigenze e poi di tradurle in spazi e arredi, sicuramente l’architetto non serve, se non per espletare fatti tecnici e legali. Il cliente può e deve intervenire concretamente nella realizzazione, ponendo stimoli e limiti all’opera, i quali dipendono dalle sue esigenze concrete. Tali istanze vanno indagate a fondo, perché spesso non emergono in maniera evidente.
L’opera dell’architetto inizia da quel punto, dal farsi interprete di esigenze talora inespresse per produrre un ventaglio di soluzioni possibili che comportino una prospettiva di cambiamento nell’esistenza di quelle persone.
Dovunque uno abita esiste e viceversa, per cui in qualche modo abitare coincide con esistere. Proporre non significa costringere, significa, quando vi è rispetto, cercare insieme pazientemente una soluzione che rappresenti il massimo cambiamento possibile in una data situazione. Il che vuol dire tenere conto dei limiti oggettivi sia di un dato spazio che delle persone che lo abiteranno. Questo è intendere l’architettura come servizio, prima, molto prima, che come arte, sapendo che ciò che non è mai stato servizio non potrà mai diventare arte.
Dire che l’architettura è fatta di spazio sembra un concetto aulico e di difficile comprensione, invece è tanto evidente quanto banale: la nostra vita si svolge in massima parte all’interno di cubi costituiti dalle quattro pareti, dal soffitto e dal pavimento. Noi utilizziamo i pieni in funzione dei vuoti e non viceversa, il vuoto è il contenuto il pieno il contenitore. Quello che ci emoziona e carica di energia è lo spazio, sia esso interno o esterno, non i muri. Il costruire un muro in funzione dello spazio che determina è tipico dell’architettura.
Gli spazi contengono funzioni, cioè le azioni che esplichiamo quotidianamente e per cui abbiamo bisogno di suppellettili.
Il tutto diventa un sistema complesso.  Ragionare in termini sistemici significa tenere conto delle interrelazioni tra soggetto (chi abita), oggetti (mobili ecc.) e conformazione degli spazi (pareti).  Il sistema diventa ulteriormente più complesso se introduciamo ancora due elementi:
· la comunicazione tra gli spazi interni e verso l’esterno (bucature, porte, finestre);
· le varianti connesse alla vita associata (famiglia, relazioni).
Quasi tutte le nuove costruzioni sono progettate meschinamente, con distribuzioni interne assurde, disarticolate. La gran parte dell’edilizia che ci circonda è realizzata da anonimi edificatori, assoggettati alle leggi del mercato. Così i mattoni vengono impastati con l’ideologia dell’impresario, del capomastro, del geometra, dell’ingegnere, dell’architetto, del committente. La cultura della casa di un tempo è stata fagocitata da una arrogante “non cultura”. E per cultura intendo il saper costruire umanamente, come usavano non solo il grande architetto, ma il contadino, il pescatore, l’uomo qualunque, che sapeva realizzare una edilizia perfettamente inserita nel suo ambiente e idonea al proprio vivere. Come dire che alla verità si approssimava solo chi possedeva una grande consapevolezza dovuta ad eccezionali doti personali, oppure all’esigenza di evitare ogni oggetto superfluo, ogni gesto non indispensabile.
Oggi invece troviamo quasi sempre schemi comuni, accettati supinamente, non aderenti alle funzioni concrete che intendiamo svolgere nella nostra quotidianità, laddove le scelte non sono fatte risalire a preferenze personali di cui ci si assuma in pieno la responsabilità. Spesso ci si rifugia nella espressione di un giudizio estetico (bello, brutto), o sommario (per me è così) e con ciò la discussione è chiusa e il confronto evitato. La casa diventa in quel caso l’espressione di un modello culturale, un insieme di norme e di convenzioni, e non di una riflessione sul proprio modo di abitare, e cioè di vivere.
Una casa vera è una casa viva, cioè da considerare mai finita, ma in continua evoluzione, in modo da trasformarsi accompagnando la vita stessa delle persone che vi abitano. Deve consentire il massimo cambiamento e quindi permettere una flessibilità d’uso. Per ottenere questo risultato servono persone aperte che consentano soluzioni aperte.  Cioè spazi comunicanti tra di loro e con l’esterno, compatibilmente con lo svolgimento di determinate funzioni. I muri a quel punto potranno diventare dei diaframmi che delimitano spazi comunicanti e pertanto apparire il più eterei e leggeri possibili. Per chi abbia metabolizzato tali concetti, mettere in atto espedienti che consentano di ottenere un risultato ottimale diventa un gioco (in tutti i sensi).  Ovviamente i diaframmi possono essere costituiti anche da altri materiali (vetro, legno, tende, mobili ecc.) o essere colorati e rivestiti in vario modo.Se in questo piacere ludico si coinvolge chi abiterà quella casa non si vede come non si possa infondere e percepire in quegli ambienti una atmosfera giocosa.

Le varie parti, scomposte e rese autonome, consentiranno una immediata percezione delle funzioni presenti in un ambiente, dove la bellezza scaturirà dalla chiarezza, a sua volta consentita dalla individuazione immediata delle funzioni rappresentate dalle parti stesse. Il lavoro vero ed entusiasmante è proprio questo, uno scavare negli usi reali e ideali di tutte le parti che compongono un edificio, nello scomporle e nel riunirle in modo che formino un insieme significativo. E’ questa una ricerca che non potrà mai dirsi esaurita.   Se “l’architettura è composta di veicoli segnici che promuovono dei comportamenti” (G. K. Koenig), i messaggi derivanti da un ambiente mi informeranno su tutte le azioni che ivi si possono svolgere. (1)
Ancora più chiaro è il concetto espresso da Umberto Eco: “In termini comunicativi il principio che la forma segue la funzione significa che la forma dell’oggetto non solo deve rendere possibile la funzione, ma deve denotarla in modo così chiaro da renderla desiderabile oltre che agevole, e da indirizzare ai movimenti più adatti onde espletarla ”. (2)
E ancora un passo straordinario tratto da un articolo di Giovanni Michelucci che merita una riflessione profonda a partire dal titolo che si commenta da sé: La felicità dello spazio. “Una costruzione può essere brutta, trascurata nei dettagli, di cattivo gusto, ed essere pur sempre un’importante opera di architettura, a condizione che essa sia caratterizzata da uno spazio vivo ed attuale. E l’opposto: non c’è infatti raffinatezza di gusto, né abilità dialettica, né trovata ingegnosa che possa sopperire allo spazio. E dove questo manchi non c’è architettura. Lo spazio è generoso, mediocre,spettacolare, intimo: è in mille modi come l’han voluto gli uomini. Lo spazio accoglie o rifiuta, o è fatto su misura dell’uomo ed è quindi vero o non lo è”.  Michelucci, personaggio sensibile e affascinante, ha legato il suo nome alla stazione ferroviaria di S. Maria Novella a Firenze, che suscitò all’epoca (1936) furibonde polemiche. E’ noto anche per tante opere, tra cui la famosa Chiesa sull’autostrada, presso gli svincoli fiorentini. Nella lunga intervista rilasciata un mese prima della morte, e che doveva servire a celebrare il compimento dei suoi cento anni, dice ancora: “Ci vuole umiltà per affrontare l’architettura, un’umiltà francescana. Spogliarsi nudo dicendo: io non sono nulla, non ho nulla da insegnare. Devo invece imparare a conoscere il mondo e non ci sono ancora riuscito. Tu pensi di aver creato un capolavoro, cioè un’opera che sia frutto di linee, di colori, di forme, qualcosa fatto per durare nel tempo.  Poi ti accorgi che il tempo è malvagio e collauda senza pietà l’opera che hai realizzato. La collauda con l’attrito, con la vita, che può cambiarla. Il capolavoro è qualcosa che resta fermo nel tempo e nello spazio.  Immutabile. L’architettura invece è in continuo movimento, come l’uomo, di cui segue e stimola l’evoluzione, la coscienza, la spiritualità ”. (3)
Quanto è lontano il suo argomentare da tanti dotti trattati zeppi di erudizione! Siamo così abituati alla cattiva architettura da considerare bella solo quella del passato, tanto da dover ancora oggi stare a discutere di mode e di stili, di forme superate da secoli. In nessun campo dell’arte si verifica altrettanto. Nessuno parla più come Dante, nessuno compone musica “alla maniera” di Verdi, nessuno veste come all’epoca delle nostre nonne. Eppure ancora oggi esistono architetti che progettano in stile. Non importa quale, neoclassico, mediterraneo, country, moderno o postmoderno fa lo stesso. La finzione è tale da esprimersi in mille modi: finto marmo, finto legno, finto antico, archi, colonne, volte, tutto finto. (4)
   Una straordinaria testimonianza è stata fornita da Fr. Hundertwasser (5) con la costruzione delle sue case popolari a Vienna dove tutti i canoni sono sconvolti, ma il richiamo al gioco e al buon senso è totale.   
E’ l’aderire a uno stile prefissato che allontana dalla ricerca, qualsiasi ordine geometrico o simmetria è artificioso. La vera architettura moltiplica le possibilità di scelta, la falsa le riduce, la prima si adatta alla vita, la seconda la condiziona e la costringe in forme predeterminate e immutabili.

 

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(1) Giovanni Klaus Koenig, Analisi del linguaggio architettonico.
Firenze, Libreria Ed. Fiorentina, 1964.

(2) Umberto Eco, La struttura assente. Milano, Bompiani, 1968.

(3) Giovanni Michelucci, Abitare la natura. Firenze, Ponte delle Grazie, 1991.

(4) “Quello che più sorprende è constatare come anche una buona maggioranza delle cosiddette persone colte, magari conoscitrici dell’arte del passato siano assolutamente sorde all’arte odierna. Per molti, per i più, l’arte (quando non sia la “grande arte”, l’arte di Raffaello, di Bach, di Dante) è considerata tutt’al più come un complemento facoltativo e piacevole o soltanto giocoso; senza che neppure ci s’avveda di quale importanza abbia per una equilibrata e saggia esistenza anche quella componente ludica di cui l’arte partecipa come ne partecipano tutte le più elevate manifestazioni dell’uomo: dalla passione per la ricerca scientifica, alla lotta sociale e politica. Questo atteggiamento di assenteismo estetico è un altro fenomeno singolare nell’attuale società, e non potrà essere corretto finché non si attribuisca di nuovo all’arte un’importanza essenziale, non più solo complementare, nella nostra vita sociale.”           Gillo Dorfles, Le oscillazioni del gusto. Torino, Giulio Einaudi, 1970.

(5) “Ogni uomo ha il diritto di costruire come vuole. Ogni persona dovrebbe poter costruire le quattro pareti tra le quali vive assumendosene la responsabilità. L’architettura attuale è criminalmente infeconda. Ciò dipende dal fatto che il processo edificatorio s’arresta quando l’utente entra nella sua abitazione, mentre dovrebbe cominciare proprio allora, e svilupparsi come la pelle intorno a un organismo umano.”     Fr. Hundertwasser  in   Bruno Zevi, Il linguaggio moderno dell’architettura. Torino, Giulio Einaudi, 1973.

ARS LONGA, VITA BREVIS

La modifica consente un secondo bagno.
C’è qualcuno che sa a cosa serve un architetto, come si usa?
Quasi costretto per professione ad essere originale, spesso la sua opera diventa non faticosa rilettura critica delle esigenze e dei modi di vivere, ma infantile ricerca della stranezza formale. Il mestiere vero permette di rompere schemi e banalità per consentire il massimo cambiamento in una data situazione, che non è mai imposizione, ma naturale conseguenza di una interrelazione proficua attraverso cui è possibile l’evoluzione delle persone e la stessa crescita professionale. Il buonsenso sembra smarrito, conculcato dal conformismo dei clienti e dalle astruserie egoiche degli architetti. Le due falsità si uniscono per costruire case dove l’immagine è più importante della praticità, dell’essenzialità, dell’economia, scordando che la semplicità è punto d’arrivo e non di partenza. Ma di buonsenso abbiamo bisogno, oltre alla capacità di uscire fuori da schemi rigidi e semplicistici dettati dalle mode e dal mercato. Il resto è gioco e autoironia, se uno ne è capace.

Scritto per “Architettura in dieci righe” a cura di Ernani Vigneri