FOTO E CAMERE – Note a margine de “La camera chiara” di R. Barthes

Questo piccolo intenso libro mi fu regalato dal mio cliente prof. Mario Arcidiacono, oggi mio carissimo benchè poco frequentato amico. Dotato di vasta e raffinata cultura, egli intravide le relazioni tra l’architettura e la fotografia, allegandomi una meravigliosa dedica che forse un giorno leggerete su questo blog, allorquando la mia vanità avrà superato l’attuale pudore.

Roland Barthes pone in essere nei confronti della Fotografia considerazioni che possono egregiamente applicarsi all’Architettura (d’ora in poi A) per cui, procedendo per analogia, diremo dell’A quanto egli applica alla Fotografia.
Consapevoli della forzatura del discorso, accettiamo il rischio per ricavarne illuminanti passaggi.

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1
All’inizio della nostra indagine siamo colti da un desiderio ontologico, cercare cioè di sapere cos’è in sè l’A, attraverso quale caratteristica essenziale si distingua dalla comunità degli edifici.
La possibile costituzione di un corpus porta a classificazioni retoriche oppure estetiche, più spesso empiriche (es. A colta o spontanea), già messe in atto da storici e critici.
Spesso le ripartizioni sembrano estranee all’oggetto studiato, senza rapporto con la sua Essenza.
Per chi opera le domande sono essenziali perchè le risposte possibili producono azioni concrete.
Gli edifici (e le città, gli oggetti ecc.) si sostanziano, si impregnano delle idee che li hanno prodotti, conservati, modificati, e queste possono essere decodificate dal fruitore o dall’osservatore, che in un istante coglie con i suoi sensi l’insieme dei segnali, provando un senso complessivo di disagio o di benessere.
Quello che non collima con le analisi estetico/retoriche, frutto di raziocinio/pregiudizio è che queste esaminano l’edificio secondo canoni propri delle altre arti, mentre dell’A è essenziale quello che dal buddismo viene definito sunya, il vuoto, e meglio ancora tathata, l’essenziale, così, quello (tat).
Questa istantaneità della fruizione/percezione personale ci spinge a chiederci se non ci sia uno iato tra l’essere e l’osservare. Cioè se in uno spazio noi siamo attori o spettatori.
Una sedia è una sedia, una casa è una casa. Solo per alcuni, e in un secondo momento, attraverso un atto di sapere o di riflessione, si esce dalla contingenza.
La sedia o la casa possono così caricarsi di ulteriori significati, esplicativi di funzioni aggiunte o suggerite, che rendono la prima funzione (il sedersi, l’abitare) complessa, quando la seduta arriva ad essere trono e l’abitazione reggia.
Gli oggetti, le case, se privati di un principio di marchiatura non accedono alla dignità di segno, affogano nella banalità.
Chi vuole sondare il segreto dell’A non puo’ accontentarsi delle altrui interpretazioni, quelle della sociologia, della semiologia, della psicanalisi, della scienza.
Meglio far da sè, tentare di trasformarsi in misura del sapere architettonico, assumendo come punto di partenza solo poche case, quelle che sono sicuro esistano per me, tentando di formulare, a partire da alcuni umori personali, le caratteristiche fondamentali, senza le quali non esisterebbe A.
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2
Quando vengo fotografato mi sento osservato, perdo la naturalezza, mi metto in posa. Succede lo stesso con la mia casa (dimmi come abiti e ti diro chi sei), mi preoccupo della mia immagine, che non coincide mai con il mio modo di essere naturale. E’ come un ritratto destinato a ostentare la mia condizione economica e sociale, l’autoscopia, che riporta alla domanda centrale nella vita di ognuno: chi sono io?
Come davanti all’obiettivo, nella mia casa io sono contemporaneamente: quello che credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che l’architetto (fotografo) crede che io sia, quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte. Immancabilmente sfiorato da una sensazione d’inautenticità, talora d’impostura.
Case se ne vedono ovunque, esse vengono a noi come-viene-viene. Tuttavia alcune provocano gioie sottili, altre ci lasciano indifferenti o ci provocano una sorta di avversione, di irritazione. Anche quelle con più pretese.
Attraverso i nostri investimenti emotivi, il loro disordine, la loro casualità, il loro enigma sentiamo che l’A è un’arte poco sicura, proprio come lo sarebbe una scienza delle cose desiderabili o detestabili. Mi piace-non mi piace, chi di noi non ha una sua tabella interiore di gusti, disgusti, indifferenze?
Se assumiamo come guida della nostra analisi l’attrattiva per certe case almeno di quella seduzione possiamo dirci sicuri. Come chiamarla? Interesse? Fascinazione? R.Barthes usa la parola avventura. La tale casa mi avviene tutt’a un tratto, essa mi anima e io la animo.
Ecco come chiamare l’attrattiva: una animazione, in sè la casa non è viva, ma mi anima: è questo è appunto ciò che fa ogni avventura.
Possiamo scorgere negli oggetti e negli edifici tutta una rete di essenze: quelle materiali implicano l’aspetto fisico, chimico, ottico; quelle settoriali appartengono alla sfera dell’estetica, della storia della sociologia.
Ma al momento di pervenire all’essenza dell’A per me mi coglie una sorta di desiderio o di tristezza. Come Spectator mi interessa l’A non come un problema, ma come una ferita: io vedo, sento, dunque noto, guardo e penso.
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3
In una foto sono colpito da contrasti e dettagli. Così è per la compresenza di oggetti discontinui, come una vecchia credenza accanto a un mobile moderno e il particolare di una cornice, di un soprammobile, della mensola del caminetto.
Ci sono altre case che confermano la nostra intuizione, come quelle con i colori tono-su-tono. Le case possono essere anche belle, ma i contrasti sono attenuati e i particolari corretti. La loro omogeneità provoca una emozione che passa attraverso il raziocinio e la cultura (una volta avremmo detto borghese). Ciò che si prova al loro interno è una sorta di affetto medio.
La parola adatta è studium, che non significa esattamente studio, bensì l’applicazione a una cosa, un qualche interesse, sollecito certo, ma senza particolare intensità.
C’è un altro elemento che viene a infrangere o a scandire lo studium. Questa volta non sono io che vado in cerca di lui (dato che investo della mia superiore coscienza il campo dello studium), ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia mi trafigge.
In latino, per designare questa ferita lasciata da un oggetto aguzzo esiste una parola: punctum, che è anche puntura, piccolo buco, macchiolina che viene a disturbare lo studium. Il punctum in un ambiente è quella fatalità che, in essa, mi punge ma anche mi ferisce, mi ghermisce.

(continua…)

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