CROMOTERAPIA A TEATRO – Omaggio al mio maestro Ezio De Felice

Confesso, all’Università sono stato un tiepido studente. Ero molto più interessato a costruirmi come uomo, e attratto dalla musica, dal cinema, dalla letteratura, dal teatro, dall’arte e dal sapere in generale.
Ero in cerca di Maestri, quindi deluso dagli insegnanti. Parlavano un linguaggio per me incomprensibile (e sì che avevo fatto il Classico e divorato fin da piccolo migliaia di pagine), parlavano l’architettese e quasi sempre erano odiosi.
Ho incontrato un solo personaggio di spessore umano, al penultimo anno, ed era anche un grande dell’architettura. La mia inesperienza di allora mi impediva di capire quanto le due cose fossero interconnesse.
Ho frequentato, specie dopo la laurea, il suo Studio ambientato nel meraviglioso Palazzo Donn’Anna a Posillipo. Mi sono reso conto negli anni (decenni) successivi della fortuna che mi era capitata. Lo Studio era l’ex teatro del palazzo progettato dal Fanzago, un immenso salone con volta a botte, con nicchie nei muri e palchetti superiori. Tre grandi vetrate ad arco davano sulla terrazza e quindi sul mare, sotto in una specie di antro c’erano le barche. D’inverno le onde si frangevano sui vetri.
Lo Studio era per metà laboratorio/deposito con le cose più strane, con cui si faceva di tutto: mobili, lampade, gioielli, sculture e, ovviamente, disegni, tutti rigorosamente a matita (abitudine che ho conservato). Finanche le mine si temperavano su ingegnose scatoline artigianali che raccoglievano la grafite. Quando bussavano, nell’aprire, capivo chi fosse entrato lì per la prima volta dallo stupore stampato sul viso.
L’altra metà dello spazio era occupato da grandi sculture che ondeggiavano col vento, da divani, mobili, librerie e da una fila di tavoli da disegno.
Lui ci poneva il problema, ci lasciava scervellare per giorni sulle possibili soluzioni, le discutevamo, poi ci sorprendeva con la sua, come un prestigiatore.
Era sempre la più semplice, economica, fattibile ma geniale. Una formazione intensa, feconda.
Dopo alcuni anni sono andato via, dovevo crescere, in tutti i sensi.
Andavo a trovarlo, di tanto in tanto, era un piacere entrare anche nella sua casa, con i pilastri rossi e i radiatori colorati. Lui progettista rigorosissimo si concedeva all’uso del colore, a differenza dei “Maledetti architetti”della sua generazione (vedi libro omonimo di Tom Wolfe, ed. Bompiani). E’ lì che mi è venuta la fissa del colore nell’architettura.
Ricordo ancora l’idea divertentissima per il restauro del teatro di Victor Horta a Bruxelles: sui disegni a matita furono dati quattro colori a casaccio. Non era epoca di computer, i disegni furono fotografati e stampati facendo virare i colori. Se ne ricavarono numerose altre serie con colori diversi, che diventarono altrettante varianti progettuali.
La soluzione scelta dalla commissione fu quella con arancio/rosso/lilla/blu. Erano per i velluti delle poltrone nei vari ordini di posti. Una festa. Le uniche a lamentarsi furono alcune signore: nel grigiore precedente i loro vestiti risaltavano molto di più.
E’ scomparso da pochi anni. Ricordo commosso l’ultimo incontro casuale: me lo trovai di fronte in un negozio del centro. Di slancio lo abbracciai e lo baciai. Abituato a dominare le persone e le situazioni, restò un attimo interdetto. Dissi: “Professore, le voglio bene, lei lo sa”.
Sta per essere inaugurata una “Fondazione Ezio De Felice” a Palazzo Donn’Anna. Vari musei hanno ricevuto in donazione le collezioni di gioielli, coralli, attrezzi artigiani da lui raccolte con amore e lungimiranza.

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